Perchè la Bosman ha condizionato il calcio più del FFP - Fubolitix #1

Buongiorno, 

questo è il primo numero della newsletter di Fubolitix.

Questo primo numero vede la luce nell’aprile 2021, dopo un lungo e difficile anno di pandemia da Covid-19.

Qui parliamo di economia dello sport, uno dei tanti settori non immuni al virus.

Qualche giorno fa l’UEFA ha fatto trapelare che presto il Fair play finanziario, cosí come lo abbiamo conosciuto, sarà superato.

L’idea di base sarà il passaggio dall’idea di “spendere quanto si incassa” a “spendere il necessario senza sprechi”. 

Una formula che evoca scenari ma dice poco di concreto. Attendiamo le nuove disposizioni con curiosità.

Dopo la Legge Bosman (dicembre 1995) e l’introduzione della nuova disciplina sul Fair play finanziario (2009) questo sarà un passaggio chiave per il mondo del calcio.

Come già accaduto 25 anni fa sarà accompagnato a stretto giro di posta da una riforma della Champions League.

Nel 2000 fu la volta dell’ammissione delle terze e delle quarte. Stavolta si attenderà il 2024, quando l’Uefa, al termine del prossimo triennio di diritti tv della Champions League (in vendita in questi mesi) varerà una nuova formula. 

Il FFP è stato definito “il trattato di Maastricht” del calcio europeo. Io non sono d’accordo.

Se esiste l'equivalente di un trattato di Maastricht che ha unificato il calcio europeo, questo è stato la Sentenza Bosman, che ha imposto tra le altre cose la libera circolazione dei calciatori.

Esattamente come Maastricht anche la Bosman, a 25 anni dalla sua introduzione, ci consegna una Europa con molti nodi irrisolti in termini di integrazione.

Avevo già avuto modo di scriverne anni fa su Calcioefinanza.

E’ opinione abbastanza diffusa che il Fair play finanziario sia il principale responsabile della situazione attuale, caratterizzata da una verticizzazione delle competizioni, il famoso “vincono sempre gli stessi”, mantra calcistico dell’uomo della strada.

In realtà, il calcio, così come lo conosciamo oggi, è figlio della Legge Bosman molto più che del FFP.

La sentenza del dicembre 1995 oltre a introdurre i parametri zero ebbe anche l’effetto di liberalizzare di fatto il mercato del lavoro calcistico in tutta Europa. 

L'effetto è stato quello di concentrare il talento (le qualità dei giocatori) nelle mani di pochi grandi club.

Questi stessi club, prima della Bosman, dopo i 3 stranieri erano costretti ad acquistare nei loro paesi. Subito dopo hanno avuto accesso ad un mercato più ampio e variegato e con un tasso di talento individuale più alto.

Attenzione: “tasso di talento individuale più alto” non vuol dire “Italia cacca Estero bello”, ma semplicemente che un mercato più ampio presenta sempre un tasso di talento superiore semplicemente per la sua estensione.

Per caprilo, come spesso accade in questi casi, basta pensare a quale sarebbe l’effetto contrario, ovvero la regionalizzazione del calcio.

Se per esempio Milan, Inter e Juventus potessero acquistare solo giocatori lombardi o piemontesi. Sarebbero in generale più forti o meno forti?

Credo che tutti abbiate una risposta.

Simon Kuper e Stefan Szymanski nel loro libro Calcionomics evocano la “Legge di Zipf" per spiegare che nel mercato calcistico esiste una quantità di talento che nel tempo tende a crescere meno che proporzionalmente rispetto alle risorse economiche disponibili.

Qualcosa di molto simile alla verticizzazione che caratterizza tutti i mercati liberisti del mondo.

Per questo gli americani, che di liberismo sono maestri, hanno strutturato i loro sport su base competitiva mettendo le Leghe e non i club al centro dei sistemi, potendo cosí influenzare in modo diretto la distribuzione del talento, per tutelare la competitività e combattere le concentrazioni. 

Inoltre, alla Bosman non ha fatto seguito una armonizzazione coerente delle competizioni che sono rimaste sostanzialmente nazionali ma in un mercato calciatori europeizzato.

A fronte di 38 partite di campionato più le coppe domestiche, le 16 square che si qualificano agli ottavi di Champions League disputano in media 9,6 partite europee stagionali.

Il presidente della Juventus e dell’Eca, Andrea Agnelli, tempo fa ha espresso chiaramente l’obiettivo: riequilibrare gli impegni tra il calcio nazionale e quello continentale, per innalzare il livello medio delle partite (e naturalmente la loro appetibilità commerciale), con più sfide (più incerte e affascinanti) tra i top club.

Ecco quindi che il mercato europeo, un tempo molto più vario e competitivo, per numero di squadre (e di federazioni) che raggiungevano le fasi finali di Champions League, ha visto i valori verticizzarsi in maniera molto simile a quel che era successo nei decenni precedenti a livello nazionale.

Non è un caso se da quando sono state introdotte le seconde qualificate e poi le terze e quarte, solo due squadre hanno vinto la Champions League per la prima volta: Borussia Dortmund (1997) e Chelsea (2012) mentre l'ultimo paese campione per la prima volta è stato la Francia con il Marsiglia nel 1993.

Nei 15 anni tra Bvb e Chelsea il Fair play finanziario non c'era. La Bosman si.

Non tocca a me dire se questo sia un bene o un male, ognuno può avere la sua idea.

Ovviamente, per chi vuol capire ad esempio l'arretramento del calcio italiano, va detto che agli effetti della Bosman va poi aggiunto il secondo fenomeno, ovvero il cambiamento del modello di business dei club.

Il calcio italiano è stato egemone fino a che i valori investiti sul mercato dai club erano superiori a quelli dei club stranieri. Il tutto era possibile in un sistema in perdita, che con la crescita del mercato dei diritti tv ha continuato a spendere senza pensare a produrre le risorse di cui aveva bisogno.

Ma il mercato televisivo non è stato un fenomeno solo italiano.

Anche gli altri paesi hanno usufruito di crescenti disponibilità, con una differenza: mentre in Italia si è continuato a far leva sul mecenatismo (con Inter e Milan ultime a desistere, a certi livelli) i grandi club europei hanno puntato su un modello basato sui ricavi, investendo in professionalità che migliorassero l'efficienza delle entrate da matchday (stadio e merchandising) e sponsor.

E in questo caso ad eccellere sono stati quei club che hanno potuto contare su un brand di respiro europeo e che sono arrivati prima di altri.

E’ il caso, su tutti, di Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco, Manchester United, e di Chelsea e Liverpool, i club inglesi che hanno vinto la Champions League nell’ultimo decennio.

Il FFP è arrivato dopo tutto questo. Introdotto nel 2009 ha iniziato ad operare dal 2011.

Se fossimo nel 2012 potremmo esultare: “Wow! Il Chelsea ha vinto la sua prima Champions, W il FFP portatore di novità”. Ed invece certi fenomeni si possono valutare solo nel lungo periodo.

I principali detrattori del sistema del Fair play finanziario sono i tifosi interessati al successo delle proprie squadre che lamentano la non possibilità di spendere certe cifre per certi giocatori.

Ma per giudicare il FFP bisognerebbe pensare ad un sistema senza FFP, ovvero un sistema in cui comunque chi fattura 4 o 5 volte in più sarebbe ancor più avvantaggiato se non ci fossero regole.

Vero, tra le altre cose, che i prezzi dei cartellini hanno continuato a crescere. Ma i prezzi aumentano in maniera meno che proporzionale rispetto a quanto accadrebbe senza il FFP. 

E cosí nell’estate 2017 Andrea Traverso dell’UEFA poteva già a buona ragione rivendicare che: “Nel 2010 il calcio perdeva 1,7 miliardi, ora siamo sotto i 300 milioni”.

Difficile dire che siamo alla sostenibilità finanziaria - Traverso enfaticamente diceva pure questo :) - ma il sentiero è tracciato.

Di questo ne parleremo nei prossimi numeri…

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