[130] Carrozzoni
Il mondo dello sport - e non solo - insiste su formule novecentesche, nostalgiche quanto sorpassate, che non hanno più ragione di esistere, immutabili nella loro liturgia.
Prologo
Chi mi segue da tempo sa come la penso non tanto sulle Olimpiadi quanto su tutte le manifestazioni mondialiste della terra: istituzioni, retaggi, organizzazioni, di un mondo - per lo più quello dello scorso secolo - che non esiste più e dal quale ancora non abbiamo una exit strategy indolore. Non fa eccezione Milano - Cortina 2026 con il suo carico di danni ecologici e problemi assortiti. Il tema centrale qui dovrebbe essere il beneficio e la ricaduta in termini positivi sentito dalla popolazione dopo lo stress olimpico, ma ho i miei dubbi che a qualcuno interessi questo. Ed ho la certezza che spente le luci rimarranno criticità precedenti irrisolte.
Le grandi organizzazioni sportive globali come le Olimpiadi vengono spesso presentate come motori di sviluppo, coesione e prestigio internazionale, ma dietro la retorica dell’evento restano criticità profonde che Milano Cortina 2026 rende particolarmente evidenti sul piano economico, ambientale e sociale.
Dal punto di vista economico, la promessa di crescita e ritorni diffusi raramente si realizza, perché i costi tendono a lievitare ben oltre le stime iniziali, gravando sulle finanze pubbliche e quindi sui cittadini, mentre i benefici si concentrano su pochi soggetti privati legati a grandi opere, turismo di fascia alta e sponsor, lasciando in eredità infrastrutture sovradimensionate, poco utilizzate o costose da mantenere.
Sul piano ambientale, eventi di questo tipo si inseriscono spesso in territori fragili, come le aree alpine, dove nuove piste, strade, impianti e villaggi olimpici comportano consumo di suolo, alterazione degli ecosistemi, aumento delle emissioni e una pressione turistica difficilmente compatibile con la tutela del paesaggio, nonostante l’uso frequente di etichette come “sostenibilità” o “green legacy” che rischiano di restare slogan più che pratiche concrete.
Le criticità sociali non sono meno rilevanti, perché la trasformazione accelerata dei territori può escludere le comunità locali dai processi decisionali, aumentare il costo della vita e degli affitti, precarizzare il lavoro legato all’evento e rafforzare un modello di sviluppo che privilegia l’immagine e la competizione globale rispetto ai bisogni quotidiani di servizi, welfare e partecipazione democratica.
In questo senso Milano Cortina 2026 non rappresenta un’eccezione, ma l’ennesima conferma di come le grandi manifestazioni sportive, così come oggi sono concepite e governate, tendano a scaricare i rischi sul pubblico e a privatizzare i benefici, ponendo interrogativi seri sulla loro reale utilità collettiva e sulla necessità di ripensarne radicalmente il modello.
Di questo tema avevo parlato anche in “Le alternative olimpiche di Putin e Trump” - “Diritti umani a la carte” e in “Parigi val bene una messa”.
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A margine.
Detto questo l’Italia ha l’obiettivo di 20 medaglie. Contatele una ad una, sul piano sportivo le gare rimangono comunque la cosa migliore anche nei carrozzoni. Il CONI alla faccia della scaramanzia ha fatto le sue stime.
A proposito di inclusività. Le Olimpiadi cercano di tenere tutti insieme, ma non ce la fanno. Negli anni sono stati inventati boicottaggi di varia natura (nel 2008 gli USA fecero il boicottaggio diplomatico: atleti a Pechino, politici a casa), perché ad un certo punto esserci era più importante che rivendicare le proprie ragioni. Il tema non è solo olimpico ma anche calcistico, la FIFA ad esempio si sta spendendo per la riapertura alla Russia e per il sostegno al board of Peace trumpiano. Il fatto che la Germania dica che un possibile boicottaggio di United 2026 “non é un tema” diventa un tema in sé, significa che se ne è discusso. E che anni fa non si sarebbe fatto. È la dimostrazione plastica che al di là di chi ha ragione o torto nelle rivendicazioni avanzate sullo scacchiere politico, il mondo oggi ha perso un alfabeto comprensibile a tutti e in grado di decriptare univocamente il dialogo. E se non si ripartirà da lì non sarà mai possibile (ammesso che ci si riesca) ricomporre l’attuale disordine.
Epilogo.
La fine di gennaio è un momento ormai chiave per capire la stagione calcistica, soprattutto da quando questa celebra la chiusura della fase a girone unico di Champions League. Per quanto riguarda lo scenario italiano mi pare di poter rilevare alcuni punti fissi:
l’Inter, a prescindere dai risultati finali stagionali rimane la squadra più forte, ma la sua leadership (come si è visto un anno fa) è fragile. Quest’anno sono intervenuti due elementi: Cristian Chivu ha certamente portato il gioco su un piano diverso rispetto a Simone Inzaghi, ma in definitiva la sua squadra non ha fatto un passo avanti qualitativo. In campionato (un solo punto nelle 4 partite con Napoli, Juve e Milan) e anche in Champions League (sconfitta da tutte le migliori) perde ogni qual volta si alza l’asticella. È il limite di una squadra che si affida alle proprie certezze tecniche (quelli che c’erano già) ma che non si è rinforzata sul piano qualitativo per poter competere più e meglio di un anno fa coi pesi massimi.
Il Napoli ha allargato la rosa, ma diceva bene Antonio Conte a inizio stagione: ha inserito gente che mancava, non ha alzato l’asticella ma si è preparata ad una stagione numericamente differente. Ed infatti la squadra non sta performando meglio. Qui escono tre aspetti. Il primo riguarda lo stesso Conte: ho paura che il suo problema non sia la gestione europea ma la gestione delle rose lunghe. Un limite non da poco. Il secondo riguarda il gruppo: il limite degli instant team (che pure io continuo a considerare fondamentali se si vuol vincere subito) è che un gruppo mediamente vecchio ad un certo punto rischia di cadere nella spirale degli infortuni. Non è sfortuna aver avuto così tanti forfait ma un fatto strutturale che prima o poi era prevedibile. L’ultimo punto riguarda la strategia. De Laurentiis ha stressato il bilancio come non aveva mai fatto in passato, per vincere. La Gazzetta ha ben spiegato il paradosso normativo dentro il quale si è cacciato il club ma al di là dell’avere sostanzialmente ragione o formalmente ragione il problema rimane quello di aver spinto le finanze del club dentro un terreno precedentemente sconosciuto. Gli effetti di medio lungo periodo sono ancor tutti da prevedere.
La Juventus è in una eterna fase di ricostruzione. Via Tudor ha preso Spalletti. I tifosi ormai ragionano come una Atalanta qualsiasi, sono contenti di prendere tre sberle nei quarti di Coppa Italia in nome del belgiuoco, andranno fuori entro i prossimi due turni di Champions League e lotteranno per il quarto posto. Il problema è del tutto evidente proprio dalla partita di Bergamo: quando plaudi all’allenatore e prendi 3-0 sono finiti tutti gli alibi per i giocatori, perché laddove la tattica funziona non ti resta che la tecnica per metterla a frutto, e se non ce la fai il problema è solo di qualità individuale insufficiente.
Il Milan accantonato il belgiochismo militante è tornato alla pragmatica allegriana e se ne sta giovando in termini di risultati di breve periodo. Rimane un cantiere aperto con alcune buone indicazioni. Al club rossonero e alle strategie di lungo periodo del suo azionista di maggioranza dedicherò presto uno speciale.


Molto interessato a leggere l'analisi delle strategie del Milan.
Ero convinto che l'Inter tra febbraio e marzo avrebbe avuto un crollo fisico dovuto alle fatiche della scorsa stagione. Inconmincio ad avere dubbi...