Il miglior calcio possibile - Fubolitix #3

La bufera Superlega ha lasciato tanta confusione sul campo. Proviamo ad andare oltre le opinioni per fissare alcuni punti chiave da cui impostare ogni ragionamento futuro.

Questo è il terzo numero della newsletter di Fubolitix che vi racconta lo sport business.

Nostalgia canaglia

L'uomo della strada spesso si lascia andare a nostalgie che suonano più o meno così: “Il calcio di una volta era meglio, perché giravano meno soldi. Oggi invece ci sono troppi debiti e il calcio è in mano alla finanza”.

Un ragionamento inaccettabile e fattualmente falso, soprattutto se pronunciato da un italiano.

Di temi come questo - ma anche di molto altro, legato al calcio giocato - parlo ogni settimana in due appuntamenti sul mio canale Twitch:

  • Portaci in Europa” con la giornalista Katia Nicotra il lunedi alle 20 insieme a colleghi in diretta da tutta Europa (nel primo mese siamo stati a Londra, Berlino, Barcellona, Leicester, Parigi e non solo)

  • Telefono Casa” con mio fratello Alberto, anche lui giornalista (ma soprattutto professore di storia), il mercoledi alle 23.

In quest'ultimo puntiamo a dialogare con il pubblico, quindi se vuoi partecipare devi solo contattarmi sulle mie pagine social, in particolare quella che fa riferimento a questa Newsletter: Fubolitix su Twitter e Instagram.

Gli investimenti nel mondo del calcio sono stati guidati sin dagli albori da interessi non direttamente riconducibili alla comune razionalità economica.

Quest'ultima, per sua natura, impone scelte orientate nel breve, medio o lungo periodo all'ottenimento di un utile.

Per anni invece notorietà personale, favori politici, interessi indiretti o pura speculazione sono stati i veri driver del mondo del calcio, soprattutto in Italia.

Di corruzione e malaffare ha scritto il grande Oliviero Beha nel suo “Il calcio alla sbarra”. Delle infiltrazioni anche criminali hanno invece trattato tra gli altri Raffaele Cantone e GianLuca Di Feo in “Football Clan”.

Tre ragioni, all'incirca a partire da metà anni 90, hanno portato invece il gioco a diventare un affare: la societarizzazione delle squadre (anche, ma non solo, con possibilità di quotazione), lo sviluppo dei diritti tv e la globalizzazione dei mercati.

Da quel momento il mondo della finanza ha cominciato ad interessarsi al calcio.

Il cambiamento

La societarizzazione (la trasformazione delle società in Spa) ha dato una veste economico giuridica agli attori principali del sistema, i club, mentre diritti tv e mercati globali hanno aggiunto 2 pilastri al modello di business degli stessi club.

Non è un caso se i furbi spagnoli hanno riconosciuto a 4 club (Real Madrid, Barcellona, Osasuna e Athletic Bilbao) uno status diverso legato a interessi politici e culturali (mentre tutti gli altri erano di fatto costretti a diventare spa). Mantenere nel limbo questi club ha permesso loro (a due in particolare) di godere di favori recentemente sconfessati da una sentenza di condanna della Corte di giustizia dell'Ue sugli aiuti di stato.

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Sentenza che tuttavia non pare aver incontrato la rilevanza mediatica e successivamente lo sdegno popolare riservato ad altri club

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Storicamente i club di calcio ricavavano soldi da biglietteria e vendita di prodotti brandizzati (merchandising) - e in Italia, va ricordato, dal Totocalcio -, ma da metà anni 90 arrivano i diritti tv, mentre la globalizzazione dei mercati rende sempre più ricche le sponsorizzazioni.

Biglietteria e merchandising sono raccolti alla voce matchday, e sono direttamente proporzionali al seguito della squadra, al numero di tifosi o bacino d'utenza.

Diritti tv e sponsor dipendono ovviamente dalla notorietà del club, e quindi indirettamente dai suoi tifosi, ma soprattutto dall'organizzazione dello stesso e dalla capacità di dialogare con i potenziali sponsor contrattando accordi multimilionari.

Non possiamo dimenticare tra le entrate rilevanti dei club gli incassi dalla compravendita di giocatori. Le celebri plusvalenze.

Ma possiamo affermare senza timore di smentita che un club sano dovrebbe mantenersi a prescindere da queste, che devono rappresentare entrate eccezionali, ma non devono mai influenzare in maniera costante le strategie tecniche della gestione sportiva di un club.

Per questo il mercato può eccezionalmente essere una leva virtuosa (vedi Liverpool che finanzia in maniera lungimirante con i 150 milioni incassati da Coutinho l'acquisto di un portiere e un difensore: Alisson Becker e Virgil Van Dijk), ma se lo diventa in maniera strutturale finisce per influenzare nel medio periodo la competitività stessa della squadra imponendo eccesso di turn over, scarsa progettualità tecnico tattica e scelte che prescindono dal puro talento degli interpreti.

Il nuovo che avanza

Possiamo indicare l'anno 2000 come spartiacque tra i due mondi, tenendo ben presente che nessun confine netto viene segnato in questo tipo di processi.

In quell'anno nasce la Champions League, grosso modo nel formato attuale (la denominazione era stata data qualche anno prima, con la nuova formula a gironi e poi l'ammissione delle seconde classificate), e parteciparvi garantisce ai club importanti introiti attraverso i diritti tv negoziati dall'Uefa e da essa redistribuiti ai club.

Da allora i club italiani, inglesi, tedeschi e spagnoli vedono aumentare esponenzialmente i propri incassi da diritti tv.

L'effetto indiretto è una sproporzione dei ricavi tra i grandi club e i piccoli, che unito agli effetti di lungo corso della Legge Bosman verticizza il calcio come lo conosciamo oggi. Il famoso e incontestabile “vincono sempre gli stessi”.

Lo si vede in maniera rilevante in Inghilterra dove il dibattito che tiene banco verso la fine del primo decennio del nuovo millennio è proprio questo: lo strapotere delle big 4, Manchester United, Chelsea, Arsenal e Liverpool che con la sola eccezione del Newcastle, terzo nel 2003, monopolizzano il podio della Premier per un decennio.

Giovanni Armanini

@armagio

Calcio Inglese: campioni, sul podio, totale
61-79: 7 squadre campioni + 5 sul podio = 12
71-80: 5+6=11
81-90: 4+7=11
91-00: 4+8=12
01-10: 3+2+5
11-20: 5+2=7

Tardi per manifestare, il calcio del popolo è già stato soppiantato 30 anni fa dalla #PremierLeague

8:31 PM - 2 May 2021

L'era del Fair play finanziario

Gli anni ‘10 sono stati quelli della nascita del Fair play finanziario. Un sistema non certo perfetto, ma senza il quale i ricchi sarebbero sempre più ricchi e i poveri ancor più poveri, in un sistema certamente meno razionale.

Il dibattito inglese del primo decennio si è spento è grazie alla comparsa sulla scena di nuovi attori, ovvero l'immissione di capitali richiamati dal fatto che i club inglesi hanno mostrato una crescente propensione all'utile: il miracoloso Leicester vincitore nel 2016 di uno storico campionato, il redivivo Tottenham, capace di raggiungere la finale di Champions League nel 2019, e l'odiato Manchester City dello sceicco Mansour.

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Quest'ultimo rappresenta un curioso paradosso: è mal visto dai tifosi dei grandi club che si vedono insidiare le posizioni di rendita da un club in precedenza irrilevante, ma anche da i romantici che contestano la finanziarizzazione del calcio e si lamentano che vincono sempre gli stessi, ma non accettano new entry come City o Psg.

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Nel resto dell'Europa invece si è assistito ad una verticizzazione ancor più marcata.

Lo strapotere di Juventus, Bayern Monaco, Paris Saint-Germain, Barcellona e Real Madrid sui loro campionati ha fatto emergere malumori e un dibattito legittimo ma spesso mal informato o volutamente condotto in maniera maliziosa.

Il Fair Play Finanziario dell'Uefa aveva fatto la sua comparsa nel sistema nel 2009 con i primi effetti a partire dal 2012.

Nel 2014, spesso lo si dimentica, Paris Saint-Germain e Manchester City venivano sanzionate. Alla faccia del “possono fare quel che vogliono”.

Scrive Maurizio Dallocchio - professore di Corporate Finance alla Bocconi - nel libro di Alessandro Giudice, “La Finanza del Goal”:

La pura speculazione è più difficile da attuare: da un lato i bilanci delle società sono assoggettati a controlli puntuali rigorosi da organi interni ed esterni, dall'altra l'avvento del financial fair play ha ridotto significativamente lo spazio d'azione di operatori dotati di fantasia e inventiva commerciale e contabile.

Attenzione: “ridotto significativamente” non significa “eliminato”.

E lo stesso Dallocchio conclude:

La percezione è che la comune razionalità economica si stia sempre più diffondendo anche nel mondo del calcio.

E cosí a fronte degli ennesimi attacchi l'Uefa nel 2016 può già a ragione affermare: Il fair play finanziario funziona: dal 2011 bilanci in miglioramento per 1,2 miliardi. La stessa Uefa del resto afferma: “i conti si dirigono verso la strada voluta di una sostenibilità del calcio a lungo termine”. 

Il covid ovviamente ha introdotto elementi imprevedibili e dopo lo shock e la sospensione dei monitoraggi si attende una nuova disciplina. Ma la strada della sostenibilità di lungo periodo rimane un principio valido.

Non si vogliono qui negare i problemi, ma individuare il processo in corso, il trend, il percorso, ed i principi a cui ci si ispira.

Il miglior calcio possibile

L'uomo della strada di cui parlavo all'inizio, naturalmente, percepisce la finanza con un'idea di manipolazione, speculazione, rischio eccessivo scaricato poi sui consumatori finali.

Ma la finanza, come la politica, è un qualcosa di necessario.

Esattamente come l'antipolitica, che dopo i proclami iniziali semplicemente crea un sistema diverso, ma pur sempre politico (si pensi a come in Italia i partiti nati su ondate populiste e antipolitiche siano poi entrati a pieno titolo nel sistema politico), l'antifinanza - passatemi il termine - non può generare nulla di diverso se non un qualcosa che in ultima analisi sarà in tutto e per tutto finanza.

Questo, naturalmente, a prescindere dal fatto che possa essere meglio o peggio (anche se l'esperienza ci porta a dire che gli anti, in genere, non portano mai a miglioramenti).

Ebbene, davanti alla nostalgia dei bei tempi andati, a quelli che vorrebbero il ritorno al mecenatismo irrazionale nel calcio, dagli albori fino agli anni 90, non mi stancherò mai di ripetere che questo calcio, tutt'altro che perfetto e con problemi evidenti, è in realtà il miglior calcio possibile.

La storia del calcio in Italia, peraltro, è stata magistralmente raccontata dal professor Nicola de Ianni in un libro che tutti dovrebbero leggere: “Il calcio italiano 1898-1981. Economia e Potere”.

Ma il calcio è in eterna transizione, come tutti lo siamo su questo pianeta.

Tuttavia da qualche anno è ispirato come scritto da Dallocchio alla “comune razionalità economica”.

Un calcio che necessita di riforme, certo, di cui bisogna rispettare i principi sportivi, sacrosanto, di cui si devono anche riscrivere alcune regole finanziarie, assolutamente, ma un calcio decisamente migliore di quello che ci siamo lasciati alle spalle.

Un calcio non immune a temi scottanti che rimangono apertissimi (la destinazione delle risorse che genera, il rapporto con i tifosi e la loro passione, il ruolo sociale e culturale che innegabilmente ricopre), ma un calcio senza ombra di dubbio migliore di quello che manca ai romantici.

Un calcio in cui fuor di metafora la spesa fatta dal Liverpool per Virgil Van Dijk ha fondamenti razionali molto più solidi, ad esempio, di quella fatta dal Napoli negli anni ‘80 per Diego Armando Maradona (peraltro con un inganno raccontato qui con un certo orgoglio dallo stesso presidente Corrado Ferlaino).

Il calcio non è perfetto, e non è immune ai vizi umani, come lo è ogni attività degli uomini, in maniera direttamente proporzionale alla sua rilevanza.

È solo il miglior calcio possibile.

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